giovedì 30 agosto 2018

Alternativa Energetica: SI PUO' - manifestazione NO TRIV, Giù le mani dal nostro mare di Mola di Bari del 31 agosto 2018

Alternativa Energetica: SI PUO' - UNA NUOVA STRATEGIA ENERGETICA PER UNA NUOVA ITALIA.

Venerdì 31 agosto, a Mola di Bari presso l'anfiteatro del Castello Angioino, con inizio alle ore 19.00 è in programma una manifestazione organizzata da  Associazioni Comitati e Partiti Politici con il patrocinio del Comune di Mola di Bari, TUTTI UNITI a difesa del nostro mare contro lo scempio delle trivellazioni.

"Non sarà la solita manifestazione di protesta", dichiarano gli organizzatori "ma faremo delle richieste e delle proposte chiare al ministero dello sviluppo economico atte a dare una diversa linea energetica al nostro paese che possa mettere la parola fine sul fossile per passare definitivamente all'energia alternativa".

Per tale motivo è stato redatto un documento, sottoscritto da tutti gli aderenti all'iniziativa, che verrà letto durante la manifestazione ed inviato al Ministro dello Sviluppo Economico Onorevole Luigi Di Maio.

Hanno già aderito allo stesso Il Presidente della Regione Puglia Dott. Michele Emiliano, il Comitato GIU LE MANI DAL NOSTRO MARE, Riccardo Rossi, Sindaco di Brindisi, Cittadini contro mafia e corruzione, Coordinamento Nazionale NOTRIV, Coordinamento NOTRIV terre di Bari, Legambiente,  Comitato della tutela delle coste Monopoli, Comitato revolution Monopoli, Comitato NOTRIV Monopoli, Comitato NO TRIVELLAZIONI Bisceglie, Comitato NO petrolio SI energie rinnovabili, Fondazione Univerde, Fondazione "The Hydrogen University, Partito Italia in comune, Partito dei Verdi.
 

Documento di richiesta e di proposta lanciato con la manifestazione NO TRIV, Giù le mani dal nostro mare di Mola di Bari del 31 agosto 2018

PREMESSA
Secondo i dati del Gestore Servizi Energetici (GSE), l’anno passato le fonti energetiche rinnovabili hanno pesato sul mix energetico nazionale per la produzione di energia elettrica immessa in rete col 36,60%.

La fetta più grande del mix è quella del gas naturale, con il 42,34%, in deciso aumento di quasi il 4,4% sul 2016, seguito dalle rinnovabili al 36,6% e dal carbone al 13,75%, in calo dell’1,7% su base annua, quindi dal nucleare con il 3,68% e i prodotti petroliferi con lo 0,75% (altre fonti 2,88%).

Tutto questo nonostante le strategie governative ostative verso le rinnovabili e favorevoli alle energie fossili tradizionali. Infatti oltre alle ben note criticità introdotte nel sistema energetico dal decreto CD Sblocca Italia che ha dichiarato gli impianti fossili e gli inceneritori strategici, la cosiddetta SEN (Strategia Energetica Nazionale), in controtendenza rispetto alle indicazioni della strategia energetica europea, va nella direzione totalmente opposta ancorando l’Italia a una visione energetica fossile degna degli anni sessanta.

UNA STRATEGIA ENERGETICA CHE GUARDA AL PASSATO
La prima sensazione, esaminando questa SEN è quella di trovarsi di fronte ad un documento che recepisce genericamente i cambiamenti in atto nel settore energetico unitamente agli obiettivi europei in tema di ambiente e nulla più. Il che francamente risulta molto deludente e riconferma i dubbi di coloro che si chiedono quale utilità pratica abbia questa nuova Sen.

Sul fronte dell’efficienza si sottolinea come le misure relative al settore residenziale siano troppo costose, parliamo delle detrazioni fiscali, per cui se ne prevede una revisione che probabilmente mirerà a concentrare le risorse verso interventi strutturali sugli edifici. Di positivo l’annuncio di un fondo di garanzia per eco-prestiti prendendo come modello quanto realizzato in altri paesi europei.

Sulla mobilità si evidenzia come nel nostro paese circolino 16,7 milioni di autovetture molto inquinanti (euro 0-3) e che quindi sia quanto mai urgente uno svecchiamento. Però come misure si parla concretamente solo di gas metano e di biocarburanti, accennando alla conversione delle raffinerie in bioraffinerie: la materia dei biocarburanti si traduce in sostanza in banali percentuali nella miscelazione del carburante. Non si fa alcun cenno all’auto a idrogeno nonostante gli investimenti miliardari nei modelli H2 delle principali case automobilistiche e la strategia europea che si è sostanziata nella direttiva DAFI (Carburanti alternativi) che prevede la predisposizione dell’infrastruttura per le auto a idrogeno soprattutto per le grandi percorrenze mentre per l’urbano si fa riferimento all’elettrico ma senza una chiara prescrizione delle fonti rinnovabili.

Per l’auto elettrica si parla inoltre di incentivi solo per dire che “dovranno essere proporzionali al differenziale di emissioni e di efficienza energetica” ma non c’è nessuna cifra obiettivo, nessuna strategia. Viene da pensare che se ci sarà uno sviluppo della mobilità elettrica e a idrogeno in Italia sarà per effetto delle imprese, Enel in primis che ha recentemente aperto un dipartimento di e-mobility). Mentre l’Unione petrolifera prevede che nel 2030 si venderanno solo 150mila elettriche (saranno solo lo 0,5% del parco autoveicoli), Enel stima invece che già nel 2020 nel nostro paese se ne venderanno 90mila rispetto alle 2.560 vendute nel 2016. Il governo invece, pilatescamente, non prevede proprio nulla. Sta alla finestra. Non fa nessuna scelta. Il vero pezzo forte della nuova Sen, quantomeno quello adatto a conquistare l’attenzione dei media è però il target sul carbone, nell’ambito della generazione elettrica. Vengono ipotizzati tre scenari di uscita dal carbone con orizzonti 2025-2030.

Uno “inerziale”, che prevede la dismissione di 2 GW e il mantenimento di quattro impianti (Torrevaldaliga Nord, Brindisi Sud, Fiumesanto e Sulcis); uno “intermedio” che prevede anche la chiusura di Brindisi, e infine uno radicale che prevede la chiusura di tutte le centrali. Per tutti e tre gli scenari sono indicati i “costi” che il sistema dovrebbe accollarsi (ergo i cittadini) per sostituire questa generazione col gas e con nuovi investimenti nelle reti. L’ultimo scenario costerebbe però circa 3 miliardi di euro in più rispetto allo scenario base perché, secondo quanto detto dal ministro Calenda, richiederebbe investimenti tra 8,8 e 9 miliardi di euro sulla rete. Ma lo scenario “inerziale” rappresenta semplicemente quello che le imprese hanno già deciso autonomamente (anzi potremmo pure dire in contrato col ministero). Lo scenario zero carbone, se fissato al 2025 comporta il mancato ammortamento di Torre Valdaliga Nord, l’ultima centrale costruita in Italia.

Per il gas ovviamente si prevede un gran futuro (evidentemente nella contesa fra Eni e Enel, quest’ultima deve aver perso), poiché serviranno nuove centrali per sostituire il carbone e per gestire la variabilità delle fonti non affrontata con lo sviluppo degli accumuli. La SEN parla di un nuovo rigassificatore, del Tap e dello sviluppo del Gnl (gas naturale liquefatto) e della metanizzazione della Sardegna. Ma tutto questo fa del gas una fonte strategica e non semplicemente di transizione, come dovrebbe essere conformemente alle prescrizioni europee, e all’andamento dell’economia mondiale.

Nello specifico, particolarmente anacronistico risulta il supporto ad oggi garantito al settore petrolifero, sia in termini di rallentamento verso la transizione energetica sia in termini di incentivi economici riconosciuti. Le attività di estrazione legate alle trivellazioni incidono in misura minore e poco efficiente al fabbisogno energetico del Paese, ma per i territori interessati portano rischi ambientali importanti, sia nella fase di prospezione (generalmente svolta tramite la tecnica dell’air-gun) che nella fase di estrazione. L’Italia, ogni anno, versa al settore Oil&Gas oltre 16 miliardi di euro attraverso sussidi diretti e indiretti; nel settore petrolifero le royalties che le compagnie concessionarie versano allo Stato sono tra le più basse nel mondo, con inoltre una soglia di esenzione per le prime 50.000 tonnellate per le concessioni in mare, e per le prime 20.000 tonnellate per quelle a terra. 

E per le rinnovabili? Gli obiettivi sono quelli europei, quindi 27% dei consumi complessivi lordi al 2030 che tradotti significherebbero quasi il50% della generazione elettrica (siamo al 33% oggi); 28-30% nel riscaldamento e 17-19% nei trasporti, ma non si dettagliano le fonti.

Nella SEN non c’è una direzione precisa. C’è di tutto: gasdotti, rigassificatori, Gnl, biometano, rinnovabili, pompe di calore, reti elettriche, mobilità. E di tutte si dice qualcosa di genericamente positivo, ma mancano delle scelte nette e ambiziose. Come sempre, tutto al presente, in una monotona continuità, poco o niente di adeguato al futuro. La SEN presenta criticità tali da non poter essere emendata ma solo totalmente sostituita in blocco da un nuovo piano energetico che non consideri l’Italia un hub del gas ma l’eldorado delle energie rinnovabili che prenda in esame in modo olistico le politiche climatiche, energetiche, agro alimentari e di economia circolare.

Per fare ciò associazioni, comitati e partiti lanciano una richiesta e una proposta.

LA RICHIESTA. Il nostro Paese è interessato da 196 concessioni di coltivazione nel settore petrolio e gas, di cui 116 produttive; altre 13, fra terra e mare, sono le istanze di concessione di coltivazione in fase di valutazione (VIA oppure fase istruttoria) presso gli uffici del ministero. Altrettanto numerosi sono i permessi di ricerca, più di 80 tra terra e mare; a cui vanno aggiunte le oltre 90 istanze di permesso di ricerca attive, anch’esse sospese tra fase istruttoria e VIA. In questi ultimi anni si sta assistendo a una accelerazione su questo fronte (in contraddizione con l’auspicata tendenza a una maggiore sostenibilità della Strategia Energetica del Paese), all’interno di un contesto normativo sempre più complesso e contraddittorio e con l’interessamento sempre maggiore di nuove aree, in particolare modo del Mare Adriatico Meridionale, oggetto di particolare attenzione da parte delle compagnie.

Le associazioni, i comitati e i partiti firmatari chiedono al sig. ministro di voler sospendere il rilascio di nuovi titoli minerari e di voler proporre al Consiglio dei ministri l'adozione di un decreto-legge, che disciplini la sospensione dei procedimenti amministrativi in corso per il rilascio di nuovi permessi e nuove concessioni, secondo quanto previsto dalle leggi vigenti in materia. Ciò nell'attesa che il Parlamento approvi nuove norme sugli idrocarburi liquidi e gassosi, finalizzate anche alla reintroduzione nel nostro ordinamento del c.d. "piano delle aree", abrogato con legge di stabilità 2015.

LA PROPOSTA Le associazioni, i comitati e i partiti firmatari ritengono inoltre necessario ripensare totalmente la strategia energetica del Paese per uscire definitivamente dai fossili, modernizzare e digitalizzare l’economia e raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione previsto al 2050 dal Parlamento Europeo. In questo senso un esempio ci è offerto dalla Francia che ha elaborato una strategia energetica per la transizione e la crescita verde.Il 18 agosto 2015 infatti, dopo due anni di preparazione, prendendo a modello il Master Plan per la Terza Rivoluzione Industriale della Regione Nord Pas de Calais, (oggi Hautes de France, dopo la fusione amministrativa con la regione della Picardia), la Ministra per l’Ecologia di François Hollande, Ségoléne Royal, riusciva a far approvare la “LOI n° 2015-992 du 17 août 2015 relative à la transition énergétique pour la croissance verte”, una legge molto articolata e completa che consta di 215 articoli suddivisi in VIII titoli. La Legge francese per la transizione energetica e la crescita verde, come si legge nella sua introduzione “si appoggia su due pilastri fondamentali: l’efficienza energetica e le rinnovabili, che vengono definite la chiave verso la sovranità energetica e la crescita occupazionale stabile qualificata e legata al territorio quindi non delocalizzabile”.Questi due pilastri sono definiti dalla legge veri e propri giacimenti di innovazione, di performance economica di occupazione e garanzia di miglioramento della qualità della vita per tutti i francesi.

In particolare l’efficienza energetica viene declinata in tre settori principali: 

1) Costruzioni 
2) Economia circolare 
3) Trasporti

Il documento che spiega le ragioni alla base di questa legge estremamente innovativa è disponibile a questa pagina del governo francese: CLICCA QUI  


Gli otto titoli della legge sono i seguenti:

Titolo I DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI COMUNI PER RAGGIUNGERE LA TRANSIZIONE ENERGETICA RINFORZARE L’INDIPENDENZA ENERGETICA E LA COMPETITIVITA’ ECONOMICA DELLA FRANCIA, PRESERVARE LA SALUTE, L’AMBIENTE E COMBATTERE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO.

Titolo II MIGLIORARE LE RISTRUTTURAZIONI EDILI PER RISPARMIARE ENERGIA, PAGARE MENO IN BOLLETTA E CREARE POSTI DI LAVORO.

Titolo III SVILUPPARE UNA MOBILITÀ PULITA PER MIGLIORARE LA QUALITÀ DELL’ARIA E PROTEGGERE LA SALUTE 

Titolo IV COMBATTERE GLI SPRECHI E PROMUOVERE L’ECONOMIA CIRCOLARE: DALLA PROGETTAZIONE AL RICICLO DI TUTTI I PRODOTTI

Titolo V FAVORIRE LE ENERGIE RINNOVABILI PER DIVERSIFICRE GLI APPROVVIGIONAMENTI E VALORIZZARE LE RISORSE DEL TERRITORIO

Titolo VI RINFORZARE LA SICUREZZA NUCLEARE E L’INFORMAZIONE DEI CITTADINI

Titolo VII SEMPLIFICARE E RENDERE TRASPARENTI LE PROCEDURE PER GUADAGNARE IN EFFICIENZA E COMPETITIVITÀ

Titolo VIII CONFERIRE IL POTERE DI AGIRE INSIEME AI CITTADINI, ALLE IMPRESE, AL TERRITORIO E ALLO STATO

La legge per la transizione energetica prevede anche la creazione di organismi specifici incaricati della sua attuazione sia a livello nazionale (Comitè de Pilotage) che a livello locale dove vengono valorizzate le associazioni della società civile (simili a quelle che in Italia sono comparabili al collettivo di Giù le mani dal nostro mare, o NO TAP NO FOSSILI) perché la partecipazione e la mobilitazione dei territori vengono considerate fondamentali per il successo della legge.

Le Regioni in questo senso rivestono un ruolo da “chef de file” e vengono incaricate di predisporre dei piani (simili a quello del NORD Pas de Calais, denominati SRCAE (Schémas Régionaux Climat Air Energie) che devono avere un carattere intercomunale per territori che coprano una media di 200.000 abitanti (il che significa, più SRCAE per le grandi città, e raggruppamenti delle città più piccole in ambiti territoriali di quelle dimensioni) in modo che tutto il territorio sia alla fine coperto per aree omologhe e analoghe.

Lo sviluppo delle energie rinnovabili del territorio e di reti internet dell’energia permetterà l’emergere della progettualità della società civile. Il finanziamento di tali progetti è programmato su scala diffusa, secondo il modello partecipativo distribuito che permette la mobilitazione dei cittadini molto di più che gli interventi bancari classici in project financing. Si tratta di progetti “élaborés et co-pilotés par des citoyens, des collectivités et des acteurs économiques de proximité,” per i quali i paesi di riferimento sono Danimarca, Germania, Austria, Olanda e Belgio, che “testimoniano una volontà politica di democratizzare l’accesso locale all’energia e garantirne una gestione condivisa con ricadute positive sul territorio, i suoi abitanti l’occupazione, e le imprese locali”.

Per questo la legge prevede un diritto alla sperimentazione locale e la messa a disposizione di tutti i cittadini dei dati relativi alla politica energetica perchè le comunità locali siano messe in grado di partecipare al capitale di una “Société par Actions Simplifiées (SAS)” e l’agevolazione dell’intervento cooperativo in progetti di produzione delle energie rinnovabili.

La legge è stata approvata con un ampio processo partecipativo nel quale sono stati espressi e sono stati tenuti in debito conto tutti gli orientamenti degli aventi interesse, le ONG, le associazioni, le filiere industriali e i territori. “Questo dialogo” afferma il documento introduttivo della legge, “ha permesso di condividere le informazioni con grande franchezza, di confrontarsi sulle soluzioni, di confrontare e spesso ravvicinare i punti di vista, di mettersi alle spalle una concezione verticistica dell’elaborazione delle politiche pubbliche confiscate sai soliti esperti e decisori, di fare scelte trasparenti e realizzare una co-costruzione degli orientamenti da mettere in atto che pur non annullando le differenze, e perfino aspettative inconciliabili, rispetta tuttavia ogni singolo attore e quello che unisce anziché quello che divide di una comunità“.

La manifestazione che in Francia è diventata molto conosciuta come “Le Grenelle de l’Environnement” è stato un momento iniziale ricchissimo di spunti che ha permesso per tutto il 2013, un grande dibattito nazionale sulla transizione energetica con presa in considerazione delle buone pratiche (come il Master Plan TRI del Nord Pas de Calais), e ha fornito gli elementi principali al Ministero “de l’écologie, du développement durable et de l’énergie” per l’elaborazione della Legge per la transizione energetica. A ciò si sono affiancati i lavori del Comitato consultivo economico, sociale e ambientale, e il consiglio nazionale per la transizione ecologica.

CONCLUSIONI.

E’ venuto il momento anche per l’Italia di interrogarsi sul suo futuro energetico ed e economico, come la Francia ha già cominciato a fare con le Grenelle più di dieci anni fa, e di dare ascolto alle giustissime richieste a tutela del nostro mare e del nostro territorio, e alla  proposta di un nuovo modello energetico di transizione verso uno scenario post carbon e un nuovo protagonismo dei cittadini e degli esseri umani. Per questo lanciamo con questa manifestazione l’idea di un grande processo di consultazione simile a quello condotto dalla Francia, del quale le associazioni firmatarie costituiscono il nucleo promotore, per elaborare la NOSTRA legge per la transizione energetica che proponiamo (e si tratta di una proposta “aperta” a tutti i contributi tecnici e politici) dovrà essere basata su quattro pilastri fondamentali:

1) DECARBONIZZAZIONE DEI PROCESSI PRODUTTIVI AL 2050 COME PREVISTO DALLE NORMATIVE EUROPEE (ENERGY UNION), CON PROMOZIONE DEI PROSUMER, DELLE COMUNITA’ DELL’ENERGIA E MASSIMA DIFFUSIONE DI TECNOLOGIE CHE SFRUTTANO LE FONTI RINNOVABILI ABBONDANTEMENTE DISPONIBILI NEL NOSTRO PAESE

2) SOVRANITA’ ENERGETICA ALIMENTARE ED ECONOMICA (APPROCCIO OLISTICO VERSO EMISSIONI ZERO MA ANCHE RIFIUTI ZERO E KM ZERO). VERSO UNA FILIERA CORTA LOCALE DEI CONSUMI, DELL’ENERGIA E DEL CIBO

3) RAPIDA INTRODUZIONE DI MODELLI DI CONSUMO INTEGRATI IN UNA ECONOMIA CIRCOLARE AVANZATA COME SUGGERITO DALLE DIRETTIVE EUROPOEE SULL’ECONOMIA CIRCOLARE

4) DIGITALIZZAZIONE DEI PROCESSI PRODUTTIVI PER FAVORIRE L’ADOZIONE DEL MODELLO DISTRIBUITO CON NUOVO PROTAGONISMO DEI CITTADINI LE PMI E LE COMUNITA’ LOCALI. 
 
 
 
 
 
Era lì da duemilatrecento anni, a vegliare sui doni che gli antichi messapi dedicavano agli dei, il cane ...
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