mercoledì 2 maggio 2018

Vite Inquinate sui dati relativi alla qualità dell'aria a Brindisi

PERCHE’ I DATI DELLA QUALITA’ DELL’ARIA A BRINDISI NON POSSONO TRANQUILLIZARE.

In questi giorni la torcia del petrolchimico di Brindisi è ritornata ad accendersi con una impressionate fiamma e soprattutto con un vistoso fumo nero segno, a detta di alcuni esperti, di una inefficace combustione. Inoltre in alcuni quartieri dove il fumo è ricaduto il fenomeno è coinciso con una sgradevole percezione odorosa della popolazione.

Qualche giorno dopo gli organi di informazione hanno pubblicato i dati del rapporto annuale Arpa sulla qualità dell’aria relativo al 2017 dal quale si evince che i limiti di legge dei principali inquinanti, espressi per lo più in valori medi giornalieri, sono rispettati, tranne gli IPA la cui media annua registrata nell’unica centralina disponibile è risultata doppia rispetto al valore ammesso (2 microgrammi rispetto ad 1 massimo previsto).

Dello stesso rapporto sono stati inoltre riportati, forse al fine di confortare la popolazione bersaglio di questi eventi emissivi, valori misurati in grandi centri urbani, in Cina ed in India con numeri enormemente superiori. A Brindisi non solo per il PM10, ma anche per il PM2.5, dove misurabile, i valori risultano rispettati e gli sforamenti nel numero consentito dalla legge. La stessa Arpa nel suo rapporto sostiene che la rete di monitoraggio è incompleta per tipologie di inquinanti misurabili e che si appresta ad adeguarla alle esigenze di una città industriale.

Non vi è nessuna ragione per dubitare della correttezza del lavoro dell’Arpa, cionondimeno questi dati non possono tranquillizzare sul piano dell’impatto sulla salute degli inquinanti industriali a Brindisi. Cerchiamo di spiegare le ragioni. Intanto è ben noto a livello mondiale - e a Brindisi lo studio Forastiere (a cui l’ARPA ha partecipato attivamente) lo ha confermato - che malattie e decessi da inquinamento si verificano e si sono verificati nel pieno rispetto dei limiti di legge. Dal 2000 al 2013 una media di 8 decessi all’anno attribuibili alle emissioni industriali è stata stimata sui numeri dello studio Forastiere da alcuni ricercatori che ne hanno approfondito i risultati e confermata dallo stesso Forastiere rispondendo ad una specifica domanda nel corso di un incontro pubblico svoltosi a Brindisi nel gennaio di quest’anno.

Per spiegare questo fenomeno è necessario sapere che Arpa controlla che i valori di PM10 siano al di sotto di 50 microgr/m3, il massimo ammesso dalla legislazione italiana, mentre il valore massimo considerato sicuro dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è 20 microgr/m3 ed i dati riportati in questi giorni mostrano che esso è stato superato nel 2017 (Via Taranto e Cappuccini per l’esattezza).

Allo stesso modose si guarda poi al PM2,5, particolato sottilissimo e pericolosissimo per la salute umana perché penetra facilmente nei polmoni (il cui limite massimo di media annuale ammesso è 25 microgrammi/m3 per la legge italiana, ma per l’OMS è 10 microgrammi/m3) anche qui il dato raccomandato dalla OMS è quasi sempre superato a Brindisi in tutte le centraline che lo misurano, sempre stando ai dati comunicati dalla stessa Arpa.

In sostanza, l’Arpa fa bene il suo lavoro, i dati misurati rispettano la legislazione italiana, ma sono pericolosi ugualmente per la salute pubblica stando a quanto stabilito dalla OMS alla quale diamo più credito che al legislatore europeo ed italiano.

Inoltre è abbastanza evidente che le polveri sottili misurate a Cisternino non hanno la stessa composizione chimica di quelle emesse a Brindisi dalle attività del polo chimico-energetico, per cui i loro effetti sanitari saranno completamente diversi e sicuramente peggiori a parità di concentrazioni misurate.

Fortunatamente oggi i cittadini attivi possono accedere più facilmente ai dati ambientali e sanitari che fino a poco tempo fa le istituzioni tenevano nascosti. Una elaborazione sui dati Istat sulla mortalità respiratoria per provincia negli anni 2012-2015 mostra la provincia di Brindisi con eccessi di circa il 10% rispetto alla media nazionale sia nei maschi che nelle femmine. (A. Russo 2018)

Tutto ciò per dire che molto deve ancora farsi da parte dei decisori politici per ridurre i rischi per la salute, sia sul piano delle emissioni industriali, sia sul piano delle altre fonti di inquinamento atmosferico.

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