martedì 23 gennaio 2018

Oria. Resi noti i nome degli ospiti della ventunesima festa di San Giovanni Bosco organizzata dall’Ass.ne S.I.N.G. – Casa Don Bosco onlus.

Sono stati resi noti nelle scorse ore i nomi dei premiati della tradizionale  festa di San Giovanni Bosco ad Oria (BR), la festa si terrà domenica 4 febbraio, con inizio alle ore 18.30, presso il teatro dei Padri Rogazionisti, Istituto di San Pasquale. Il premio nazionale “Donato Carbone vittima di mafia”, dedicato allo sfortunato ragazzo oritano vittima durante una rapina della SCU, andrà a: 

Luca Abete, storico inviato del TG satirico “striscia la notizia”, 
Matteo Viviani, conduttore delle Iene, 
Don Antonio Coluccia, giovane sacerdote da anni sotto scorta, 
Guido De Barros, papà di Sofia. 

Di Luca Abete sono noti i suoi servizi, meno noto il suo grande impegno sociale. 
Ha realizzato uno spot come testimonial dell'AICAT e ha partecipato al videoclip di Giancarlo Di Muoio Verso casa mia, dedicato al problema dell'alcolismo giovanile. Ha contribuito alla campagna "Io sto con il sughero" e sempre nello stesso anno ha partecipato alle manifestazioni "Festival del volontariato" di Lamezia Terme "Stop AIDS" di Catanzaro. Ha partecipato anche con il suo ritratto fotografico al progetto "Basta!" contro la violenza sulle donne promosso dall'associazione "Tamara Monti".  Partecipa alla realizzazione del brano e del videoclip "Dieu Merci - Voices for Africa", realizzato da Rino Martinez per salvare i pigmei della foresta equatoriale congolese. Dai suoi servizi dedicati ai minori senza casco sugli scooter per Striscia la notizia, è nato un fumetto 
educativo realizzato in collaborazione con l'UNICEF, Striscia la notizia e il MIUR, dal titolo "Se casco senza casco sono caschi miei!". Dal 2014 inizia un tour motivazionale dal titolo NonCiFermaNessuno. Tra gli incontri, quello in occasione dell'udienza generale di Papa Francesco dedicata al Servizio Civile Nazionale, in cui ha avuto occasione scattarsi una foto con lui inserita poi nel suo progetto fotografico OnePhotoOneDay. Il 23 maggio 2017 è stato invitato dalla "Fondazione Falcone" a partecipare a Palermo all'evento di commemorazione per i 25 anni dalla morte di Giovanni Falcone. 

Matteo Viviani, colonna portante del programma “le iene” vive in Toscana, ad Arezzo, studia arte applicata ricevendo il diploma di maestro d'arte. Lo scorso anno, a causa proprio della concomitanza della messa in onda delle Iene con la Festa non è potuto essere presente, ci riproviamo quest'anno. Dopo gli studi inizia a lavorare come modello per la moda e la pubblicità, attività intrapresa per oltre dieci anni, lavorando per Ferré, Exté, Cerruti e molti altri, e apparendo in svariate campagne pubblicitarie. Dalla pubblicità alla televisione il passo fu breve, e Viviani inizia a collaborare con il programma di Italia 1 Le Iene, ritagliandosi, di edizione in edizione, sempre più spazio. Come inviato de Le Iene, i servizi da lui curati ruotano spesso attorno al mondo giovanile, smascherando truffe e bufale provenienti dal mondo di internet. Suscitò scalpore, alcuni anni addietro, un suo servizio per Le Iene, in cui sottoponeva 50 deputati e 16 senatori al drugwipe test, tamponando il loro sudore per accertare se fossero positivi all'uso di stupefacenti. I test evidenziarono che 16 tamponi erano positivi a droghe, tra cui cannabis e cocaina. Nel 2015 pubblica il romanzo La crisalide nel fango. 

Don Antonio Coluccia lotta da anni per restituire dignità agli uomini della sua parrocchia e non solo, ma gli ostacoli incontrati lungo il percorso non sono stati pochi. Da ex operaio in una fabbrica salentina a sacerdote fondatore di un’opera per gli emarginati. Una vita rivoluzionata nel giro di pochi anni e dedicata ai poveri e ai bisognosi. Ma allo stesso tempo molto «scomoda», addirittura «da eliminare». Partiamo dal 2012 quando il parroco pugliese trasforma una villa confiscata ad un boss della banda della Magliana in una casa di accoglienza. E arriviamo al 5 giugno scorso: Don Antonio è il bersaglio di un agguato con pistola a piombini fuori dalla chiesa in cui opera a Grottarossa. Pochi mesi dopo un’altra minaccia di morte in una busta, a lui indirizzata, contenente un proiettile. Oggi sul prete pugliese la prefettura ha disposto come misura di protezione la vigilanza delle forze dell’ordine. E’ stato un cammino particolare quello che ha portato Don Antonio ad abbracciare la fede. Originario di Specchia nel Salento, Antonio era un giovanissimo operaio di un calzaturificio di Tricase. Ma la sua vita non si esauriva nel lavoro. In parallelo svolgeva attività sindacale, aveva una fidanzata e una grande passione per la sua moto cilindrata 600. Il destino di Antonio, però, cambia irreversibilmente nel 1996 quando, a 21 anni, decide di fondare un’associazione di volontariato: «Ci dedicavamo alla tutela dell’ambiente e ai disabili - racconta -. Poi abbiamo iniziato con le missioni in Bosnia-Erzegovina e in Albania. 

Portavamo viveri a chi ne aveva bisogno. Lì ho visto come i sacerdoti si dedicavano ai ragazzi e quello che da sempre mi portavo dentro e rifiutavo di accettare è uscito fuori. Lì è cambiata la mia vita». E’ un attimo. Nel 2000 Antonio lascia tutto e parte per Roma per seguire la sua vocazione: contribuire a una Chiesa povera e semplice, in grado di parlare al cuore di tutti. «Ho iniziato ad accogliere le persone in parrocchia. Poi ho deciso di fare di più: utilizzare i beni confiscati alla criminalità organizzata per i poveri. Nel 2012 ho fatto richiesta al Comune per una villa sulla Giustiniana confiscata ad un boss della banda della Magliana e ho ricevuto il bene in uso a tempo indeterminato. 

Ho fondato l’opera Don Giustino Onlus , una comunità destinata a coloro che vivono ai margini». La villa era distrutta, «ma grazie all’aiuto di tutti l’abbiamo risistemata. Una volta sono andato anche in discoteca per parlare con i giovani e un ragazzo ci ha donato il suo regalo di compleanno». Nella casa oggi vivono 24 persone, papà separati, giovani emarginati, famiglie. 

Caterina e Guido De Barros"Ieri sera la nostra piccola straordinaria bambolina Sofia è volata in cielo direttamente dalle braccia di mamma e babbo. Ora per lei non esiste più dolore, c’è solo l’amore": con queste parole Caterina e Guido De Barros hanno annunciato la morte della figlia Sofia, che da anni lottava contro la leucodistrofia metacromatica, una gravissima malattia rara per la quale la scienza non ha ancora trovato cura. Sofia De Barros, nata normalissima, a un anno e mezzo aveva cominciato a zoppicare, poi si è paralizzata e in pochi mesi è diventata cieca. I bambini "farfalla" li chiamano, le piccole vittime della leucodistrofia metacromatica, una malattia degenerativa ad oggi non curabile. La storia di Sofia alla fine è un dramma familiare che si è trasformato in un caso di stato per una  serie di fattori: ignoranza e cialtroneria, una certa sfiducia nella scienza, ma anche il pressapochismo della politica quando è chiamata a dare risposte urgenti e si fa trovare impreparata. Negli ultimi anni, mamma Caterina, giornalista e scrittrice, e papà Guido hanno dato invece vita alla Onlus 'Voa Voa, amici di Sofia', associazione per il sostegno alle famiglie colpite da malattie rare e patologie orfane di cure.  Numerosi i progetti attuati dalla Onlus anche con i laboratori di ricerca dell'ospedale pediatrico fiorentino Meyer. Inoltre, in questi anni sono state moltissime le iniziative benefiche messe in campo in nome di Sofia e di tutti i bambini malati che ha rappresentato, grazie anche all'aiuto di molti testimonial famosi. 

“Come ogni anno – è il commento della presidente Federica Caniglia – siamo molto emozionati e  contenti per essere riusciti a realizzare la festa di San Giovanni Bosco. È stato un periodo intenso e difficoltoso, siamo riusciti alla fine dello scorso anno ad inaugurare casa Don Bosco ed a distanza di un solo mese a presentare la festa, momento fondamentale per la nostra associazione. Momento di festa, momento di gioia ma soprattutto momento di riflessione. Anche quest’anno infatti non mancheranno storie di vita e tematiche importantissime”. 

Presenta la serata da oltre dieci anni il caporedattore della Gazzetta del Mezzogiorno, redazione di Brindisi, Vincenzo Sparviero grande amico del S.I.N.G. 

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Era lì da duemilatrecento anni, a vegliare sui doni che gli antichi messapi dedicavano agli dei, il cane ...
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