giovedì 18 febbraio 2016

Elzeviro 2 - L'origine del linguaggio – di Cosimo Massimo Argentieri-

Abbiamo visto nella pubblicazione precedente che i primi antropomorfi, avvicinandosi alla condizione umana, cominciarono a relazionarsi in maniera logica con la natura fino ad elaborare, evolvendosi, un vero e proprio culto della Terra.

Questo passaggio preistorico è stato poi riportato nella varie culture sotto forma di memoria ancestrale, come vedremo meglio in seguito, ma sempre con un profondo senso di sacralità e di conseguente timore di violare delle leggi divine: per quanto ci riguarda (come occidentali), potremmo per esempio riscontrarne una traccia nell’Antico Testamento, ossia nella Genesi 2,16 (divieto di mangiare il frutto della conoscenza del Bene e del Male). Abbiamo inoltre visto che questo culto non ha potuto facilmente esprimersi nella nostra cultura, mentre in altre parti del mondo ha avuto degli esiti più condivisi. In gran parte dei casi questi esiti hanno portato a considerare le sorti dell’attività dell’Uomo come non dipendenti dalla sua volontà, ma legate a una intelligenza trascendente, oppure hanno addirittura concepito tutto ciò che circonda l'essere umano come illusorio e hanno individuato la ricerca del vuoto interiore come obiettivo finale.

Ci siamo quindi proposti di ricercare i contenuti di questa antica conoscenza e di dimostrarne la sua originaria unità, utilizzando, come metodo di ricerca, uno studio comparato con diverse discipline.

Il modo di osservare la natura di un essere che da poco si cimenta con i meccanismi della logica e che si confronta tuttavia con fenomeni grandiosi e incomprensibili, si caratterizza per l’uso della sintesi di dati che intuisce ma che poi processerà razionalmente e per la rapidità nel cambiare il proprio punto di vista, liberandosi senza reticenze delle proprie rigidità. Cosa che caratterizzava questi primi esseri umani, convinti della loro sottomissione alla natura, ma molto meno l’homo technologicus, resosi megalomane e supponente. Roberto Calasso, a questo proposito, osserva che nell’antica mitologia il rapporto con la divinità poteva essere di accondiscendenza o di contrapposizione (Filemone e Bauci, Capaneo); mai quell’indifferenza che invece Calasso rileva nell’uomo moderno quando si confronta con il divino. Questo disinteresse comporta a sua volta il “ritiro” degli dei dalle vicende umane: le divinità si ritraggono in un Olimpo invisibile e l’umanità deve fare a meno di loro. Se consideriamo questa profonda verità, ci spieghiamo una grande difficoltà dell’uomo moderno, che non accetta il fatto che le nostre convinzioni sono spesso frutto di un’osservazione parziale e quindi possono essere illusorie. La nostra incapacità di sintetizzare tutti i dettagli, infatti, ci fa illudere di avere delle certezze, originate spesso da informazioni che ci vengono proposte con insistenza: se solo potessimo cogliere contemporaneamente tutti i segnali che riceviamo, ci accorgeremmo della continua impermanenza delle cose e dell’impossibilità di definire tutti i fenomeni, consapevolezza che invece potrebbe fondare delle reali certezze.

Partendo da questo dato (appunto caratteristico della nostra epoca, cioè il fatto di cogliere solo una parte di quanto realmente accade, in base alle sollecitazioni ricevute) e considerandolo, per ora, non modificabile, entriamo nel tema specifico di queste considerazioni: abbiamo visto che, per rimanere in una zona di comfort, siamo “costretti” ad avere delle certezze. Queste certezze diventano la base stesse delle nostre scelte, dei nostri desideri, delle nostre vite: per questo le coltiviamo, le difendiamo, le comunichiamo. Ma siamo almeno in grado poi di trasferirle in maniera precisa e completa? Possiamo facilmente rispondere che non siamo in grado di farlo e che non tanto l’incompiutezza del nostro linguaggio nel descrivere la realtà, ma ancor più la convinzione del contrario determina gran parte di questi nostri mali. Proveremo pertanto insieme a dare un piccolo contributo per mitigare almeno questo grave malinteso, considerando che un linguaggio è comunque un’opera condivisa dalle generazioni, meravigliosamente stratificata; che dovremmo avere consapevolezza della storia e del significato profondo delle parole e che in gran parte da questa mancanza di consapevolezza nasce la nostra incapacità di padroneggiare il linguaggio e la nostra convinzione, spesso erronea, di riuscire a descrivere agli altri le certezze (almeno quelle che crediamo di avere).
Inoltre proprio lo sviluppo del linguaggio potrebbe aver notevolmente contribuito alla diffusione del culto della Natura, che rimane sempre il filo conduttore di tutta la nostra ricerca: pertanto le nostre considerazioni su quest’ultima ipotesi saranno il tema finale di questo articolo.

Tanto premesso, proviamo ora ad affrontare la domanda che è rimasta finora sottointesa e che probabilmente ci consentirà di fare qualche ulteriore passo nel nostro percorso: come e quando nasce il linguaggio di cui ci serviamo?

Secondo Corballis, l’origine del nostro linguaggio non è verbale ma gestuale, opinione che mi trova perfettamente d’accordo. D’altra parte è innato per i neonati usare la mimica e anche per i bambini, depositari di un lessico limitato, la gestualità è spesso il modo più naturale di comunicare.

Non è questa la sede per dibattere di una questione molto controversa, con importanti argomenti a favore sia dell’una che dell’altra tesi; questione molto antica, tra l’altro, visto che già un Faraone chiuse in una stanza due neonati per studiare l’evoluzione del loro linguaggio. Per ritornare ad argomentazioni più scientifiche, riporterò di seguito la prova più famosa in letteratura a sostegno dell’origine verbale del linguaggio umano. La particolarità di questa prova è che poi invece ha formato, ad un’analisi più attenta, il supporto per la tesi opposta.

Infatti, nel secolo scorso, l’etologo Thomas Struhsaker osservò il sistema di segnalazione del pericolo usato dai cercopitechi e notò che essi utilizzavano segnali acustici differenti per segnalare la presenza di ciascun tipo di predatore. Concretamente, la vista di un serpente li portava ad emettere una sorta di sbuffo, la presenza di un leopardo portava all’emissione di un rumoroso latrato, mentre un’aquila veniva segnalata con un breve colpo di tosse bisillabico. Da un punto di vista comunicativo è importante la risposta comportamentale tanto dell’individuo che emette il suono, quanto dei suoi conspecifici che lo recepiscono: lo sbuffo emesso per segnalare il serpente induce gli animali a scrutare l’erba alzandosi sulle zampe posteriori; il richiamo per il leopardo porta il cercopiteco che lo ha emesso a cercare riparo tra gli alberi, così come i suoi simili che sono stati avvertiti del pericolo; infine, il richiamo che segnala la presenza dell’aquila li induce a volgere lo sguardo verso l’alto. Sembrerebbe pertanto che già queste scimmie abbiano un primo embrione di linguaggio, di chiara origine verbale.

Il dott. Mithen tuttavia precisa che questi richiami sono manipolativi (finalizzati a condizionare il comportamento altrui e non a comunicare informazioni) e olistici (non accomunati a singole parole, ma a messaggi completi) e che pertanto non si sono evoluti, mentre un elemento tipico della comunicazione animale è la multimodalità, ossia l’uso combinato di vocalizzazioni e gesti, che è tipica del repertorio comunicativo delle grandi scimmie antropomorfe. Se poi tale multimodalità è stata trasmessa agli appartenenti al genere homo, appare abbastanza credibile che proprio questo sistema di comunicazione sia stato il punto di partenza per l’evoluzione del nostro linguaggio e non quei richiami verbali che, inalterati per lunghissimo tempo senza subire alcuna evoluzione, si limitano a condizionare i comportamenti senza trasmettere informazioni articolate e dialetticamente significative.

Lasciamo però da parte il dibattito accademico e proviamo a riportare la questione in un ambito più immediatamente percepibile: lavoriamo con la nostra fantasia e risaliamo indietro di decine di millenni, per immaginare un homo sapiens del Paleolitico inferiore che ha scoperto un pericolo e vuole segnalarlo al resto del villaggio. Ipotizziamo che abbia rischiato di cadere in una pericolosa voragine: grida allora per richiamare l’attenzione. Gli altri escono dai loro ripari e si voltano verso la fonte del rumore: quindi lo guardano in faccia. Ora il cacciatore affronta la sua sfida: un buco è una cosa vuota, in qualche modo astratta, non assomiglia a niente di consueto, che sia a portata di mano e che potrebbe usare come simbolo. Non il suo coltello di osso, non i suoi utensili in pietra, le pelli, gli altri uomini: proprio quelli che continuano a guardarlo in faccia, in attesa.

A quel punto ha un’intuizione: apre la bocca e indica col dito l’orlo disegnato dalle labbra. Fa segno verso il centro e continua a gridare per far capire che è quello il segnale: un vuoto circondato da un orlo.

Poi fa segno col braccio per indicare in quale direzione si trova. Provate un attimo a gridare con la bocca spalancata: vi verrà fuori una “A” molto forte. Se stringete un po’ le labbra potrebbe essere una “O”.

Non sappiamo quale espressione sia stata usata dal nostro antenato e se questa congettura possa essere mai dimostrata: rimane il fatto che in indoeuropeo la bocca si indicava con “As”, passato poi a “Os”, radice che si estende nelle lingue derivate a parecchi significati legati appunto a ciò che è circondato da un orlo, termine che a sua volta ha la stessa etimologia (ci sono curiose corrispondenze in linguaggi non correlati, p.e. il giapponese).

Dopo quanto abbiamo riportato, credo che ormai non sia più opportuno rimanere fermi nella convinzione che ognuna delle parole che usiamo quotidianamente abbia un significato slegato dalle altre e un’origine autonoma e differente (proprio come le nostre opinioni rispetto a quelle degli altri). Ora, quelle convinzioni acquisite e difficili da rimettere in discussione proprio per quella necessità di avere le certezze di cui abbiamo appena parlato (per esempio l’errore di considerare i vocaboli come oggetti custoditi in un dizionario), ci sembrano un po’ simili a quelle di quei bambini che entrano per la prima volta in un pescheto e scoprono finalmente che le pesche non nascono nei contenitori dei succhi di frutta, ma hanno tutte la stessa origine, al di là dei diversi colori e delle diverse marche dei prodotti. D’altra parte proprio il fatto di aver perso questi collegamenti, naturali per i nostri progenitori, ci fa anche perdere il relativo collegamento linguistico, di cui spesso rileviamo tracce nella primissima infanzia dei bambini. Mio nipote, privo di bagaglio lessicale, per comunicarmi che vuole giocare con una automobile imita il rumore prodotto dai piccoli scoppi del motore con un simpatico “BRUM BRUM” che, credo, ognuno di noi avrà sentito. Sono convinto che il bambino, fino a che non avrà acquisito l’opportuna competenza linguistica, indicherà l’automobile con lo stesso suono; e magari gli stessi genitori gliela segnaleranno con lo stesso termine onomatopeico.

Ritorniamo al nostro uomo preistorico che gesticola. Gli è consueto l’uso della amigdala, l’utensile schiacciato da un lato e appuntito dall’altro; questo strumento di pietra serviva tra l’altro a spaccare le pietre meno dure con la parte appuntita e poi sbriciolarle con quella più appiattita. Prendiamo un attimo nota del termine SBRICIOLARE e continuiamo a riflettere sul fatto che, qualora quest’uomo debba comunicare a un suo simile l’azione nel suo complesso, molto probabilmente dovrà gesticolare e replicare un suono. Come sapete questo suono è detto onomatopeico (letteralmente: “creo un nome”), e nel caso specifico deve rappresentare una serie di piccoli rumori; un colpo e poi un crepitio, in sostanza.
Proviamo a collegare i piccoli e ripetuti rumori dovuti al martellamento delle pietre ai rumori di un motore a scoppio mantenuto al minimo: potremmo supporre che il suono più rappresentativo di questi due fenomeni può essere lo stesso per entrambi, e cioè quello individuato dall’unione dalle consonanti B e R. La B (consonante esplosiva) rappresenta il colpo iniziale, la R (consonate continua) rappresenta i crepitii successivi. La “B” è il “botto”: l'espansione della pietra colpita dall'onda d'urto che la sbriciola e l'esplosione del combustibile nella camera a scoppio; la “R” rappresenta invece la rotazione: il suono dei frammenti che rotolano e degli ingranaggi che ruotano. Sarà una coincidenza, ma il suono di un motore è replicato dai bambini con quelle consonanti: se poi la stessa associazione fonetica è avvenuta per riprodurre i colpi inferti alle pietre, allora potremmo ricostruire una storia.

La storia per esempio della parola BRECCIA, che indica una rottura in un blocco monolitico; oppure un ammasso di pietre sbriciolate. Quella dei termini SBRECCIARE, BRICCONE, BRICCO, BIRICHINO o, ancora a titolo meramente esemplificativo, quella del verbo inglese TO BREAK o del sostantivo BRICK, fino ad arrivare al verbo che stavamo conservando nella nostra memoria: SBRICIOLARE.
Attraverso questa congettura, avremmo il nome dello strumento: “BROCCO” (anticamente punta, da cui “imbroccare”, colpire il centro), dell’azione “SBRICIOLARE” e del prodotto “BRECCIA”, insieme a tantissimi altri derivati, che non possiamo esaminare in questa sede. Io infatti avrei già raggiunto il mio proposito se queste riflessioni bastassero a insinuarci un dubbio: e cioè che la nostra convinzione che il nostro punto di vista sia così diverso da quello degli altri non debba essere sempre così tetragona, e che se proviamo a risalire indietro fino a capire come questa nostra convinzione si è formata, potremmo forse comprendere che la sua specificità, in un senso più sottile, potrebbe essere illusoria. Potrebbe cioè differenziarsi da un concetto più generale e condiviso e prendere una strada che segue solo uno dei punti di osservazione che discendono da quel concetto generale, creando così una nuova realtà, più difficile da comprendere per quelli che non guardano da quello stesso osservatorio.

Non voglio certamente affermare che le nostre opinioni non siano valide e non ci offrano i punti di riferimento per la nostra vita e per le zone di comfort necessarie per prendere delle decisioni: voglio solo dire che è di grande aiuto comprendere che si tratta di un punto di vista parziale. E’ importante, perché la comprensione di questo concetto estende incredibilmente le nostre possibilità di crescita personale. E il modo migliore di sviluppare questa consapevolezza è osservare le infinite “illusioni” della natura e la loro impermanenza, con animo umile, guardandole con gli occhi “primitivi” del nostro bambino interiore, proprio come nella notte dei tempi.
Magari guardano la grandiosità della Natura, in un giorno di pioggia, lasciando scorrere con l’acqua i nostri pensieri e svuotando la mente per lasciare spazio alle nostre emozioni.

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